La banda di pesce cieco

di Andrea Gobetti

Una spedizione speleologica italiana nel cuore inesplorato della selva messicana, tra neri abissi e un immenso reticolo di fiumi sotterranei. “Avanzare colà è il trionfo della bestia sull’uomo. Guadiamo torrenti, ci inerpichiamo per orribili dighe di tronchi, arbusti e fango trascinati e ammucchiati dalle piene, arrampichiamo appesi alle liane per risalire brevi cascate”

Da una parte noi sei. Dall’al­tra, Baffo di Rame. In mez­zo, la sua scrivania. Ci tira sopra un pacchetto di foto, a colori. Ci pieghiamo sul pia­no della scrivania, sembrano foto di buche da golf, tra l’er­ba verde, inquadrate dall’al­to. Guardiamo meglio: un tappeto verde e un buco ne­ro, altro non c’è. Qualcuno tra noi è arrivato da lontano per rispondere alla chiamata di Baffo di Rame. Un con­trollo meticoloso ci rivela che sono cinque diversi buchi neri sul medesimo tappeto verde. “E allora?” domanda Pinzi­monio. “Ti sei messo a foto­grafare buche di biliardo?”. “Bene!”, sogghigna Baffo di Rame, “è così che vi voglio: ignoranti, tanto ignoranti da non aver mai paura”. Cùcùlo ora si insospettisce: “Mo’ ci spieghi, ci spieghi che son ’ste foto”.
Baffo di Rame non ha pro­blemi: “Sono dove andremo tra sei mesi, banda di sban­dati. Sono foto scattate da un aereo, il verde non è erbet­ta, sono alberi alti cinquan­ta metri”. Lilliput è un genio dell’equi­valenza: “Ma allora… se quelli sono alberi alti cinquan­ta metri, quei buchi sono…”. “Sono sotani, sono pozzi nel­la giungla con un diametro tra i duecento e i trecento me­tri”, precisa Baffo di Rame. Ci pieghiamo sulle fotografie come le sbarre di un passag­gio a livello all’irrompere del­l’ultimo treno per Juma, ci morsichiamo l’un l’altro le di­ta per conquistare la lente d’ingrandimento messa in pa­lio da Baffo di Rame. Anche con la lente il fondo di quei pozzi non si vedeva, per­duto nella profonda oscurità in cinque casi su sei. Nel se­sto sì. Si trattava di uno dei sotani più grandi, era largo più di trecento metri e in fon­do ospitava una verde, im­probabile foresta sprofonda­ta, pure attraversata dalla traccia di un fiume. E un let­to di fiume si vedeva ancora uscire dalla terra a poco più di un chilometro dalla bocca del sotano, una traccia che si poteva seguire sino alle spon­de di un lago assai grande. Nell’angolo basso a destra di ogni fotografia era scritto in piccolo: «Selva del Mercadito, Oaxaca, Mexico».


La prima reazione natural­mente fu di fuggire, mesco­larsi con diligenti universita­ri che lì vicino allignavano a frotte, nascondersi in un ces­so, in un cinema. “Ohmmammamia!”, giaculò Bambàra, “non ho mai vi­sto niente del genere…”. “La vedrai!”, tuonò Baffo di Ra­me. “Le porte sono barrica­te dall’esterno. Siete tutti vo­lontari”.
“Viva la democrazia! Viva il Circolo romano di Speleo­logia!”.
Da un cassetto della scrivania di Baffo di Rame, illustre zoologo, uscirono sette bic­chieri e una pinta di alcol per lupi. Brindammo.
Quando la pinta di torcibudel­la e un’altra sua sorella si fu­rono asciugate, Baffo di Ra­me organizzò la spedizione. “Ci vediamo il trenta novem­bre all’hotel Bonanpak in Tuxla Gutierrez – Chiapas. Andate in grotta da abba­stanza tempo per sapere quel che ci vuole per esplorare mo­stri del genere. Portatevelo dietro, quindi. Ora io vado a terminare il mio tredicesimo volume sulla disinvolta etolo­gia del Neobisium Barrierii, pseudo-scorpione dalle pecu­liari capacità di adattamen­to”. Ciò detto, ci licenziò. Seguì un periodo di metico­losa preparazione. Ogni tipo di materiale: corde, canotti, amache, zanzariere, fornelli­ni, generi di prima sopravvi­venza, fu pesato, selezionato, inventato. I pacchetti di siga­rette e l’alcol ridotti in vista delle feste che sempre prece­dono una buona partenza. Imparammo tutto quello che Tex Willer e compagni sape­vano dire in spagnolo. Tutti, dal tabaccaio di fiducia alla mamma dell’esploratore, era­no d’accordo su un punto: at­tenti ai serpenti! Il Messico appartiene a quel­le regioni del mondo il cui possesso l’uomo deve sparti­re col signore del veleno. Stu­diammo a fondo le abitudini mattiniere e notturne di cro­tali, coralli e settepassi.
Di brutte bestie pareva fosse gremita la nostra meta, il peg­giore però era un sauro, chia­mato Eloderma: a differenza dei serpenti, sempre travesti­ti da radici e ramoscelli, l’E­loderma è grasso, corazzato come un sasso addormenta­to al sole. Se però gli metti una mano sopra ti morde, se ti morde non ti molla più, ti pompa dentro tanto veleno, e tu urli finché non viene la morte a toglierti di lì. Finalmente venne l’autunno, gran stagione per partire. Coperti d’attrezzatura perso­nale e collettiva quanta non se l’è mai caricata in schiena neppure il dottore Livingstone, suppongo, sbarchiamo a Città del Messico, facili pre­de d’ogni locale taxista abu­sivo, e seguitiamo la nostra disavventurosa strada nella civiltà sempre gridando che non siamo gringos, ma italia­ni, che non parliamo inglese, che non sfruttiamo il Centro America, che abbiamo battu­to i tedeschi 4 a 3 allo stadio Azteca.
Solo Pinzimonio, vecchio re­siduato d’india, se la godet­te fino alle lacrime un’altra prima notte ancora su una sferragliante corriera dei tro­pici, rivedendo oltre i vetri Canopo, la Croce, le stelle del Sud abbandonate tanti anni prima sopra la torrida pianu­ra del Punjab. Si addormen­tò visitato dai ricordi, mentre la strada dall’altipiano spro­fondava nelle gole del Guerrero e l’afa notturna lo culla­va: «Sei scappato all’inverno, sei scappato all’inferno». …Alla fine Baffo di Rame, blue-jeans, baffi non da rivoluzionario, bensì da esplora­tore inglese «fin de siècle», giacca di lino e retino da far­falle apparve nella hall dell’hotel Bonanpak a Tuxla Gu­tierrez – Chiapas. Aveva af­fittato un pullmino Volkswa­gen e placato i camerieri che desideravano cacciar fuori il branco dei suoi menestrelli. “Bene, stasera ci ubriachia­mo e domani si va!”.
Lo applaudimmo fino alle lacrime.
Cercando ora, per un attimo, di essere serio nella narrazio­ne delle vicende che ci porta­rono ad essere la Banda di Pesce Cieco, vi rivelerò che, giunti nelle selve che furono il cuore della civiltà maya, ci addentrammo in esse sino al lago di Malpaso, bacino a ar­tificiale che abbevera d’ener­gia l’estremo Sud messicano. Una sensazione subito mor­de l’anima di chi gioca all’e­sploratore in queste regioni, chiamate remote quando il romanticismo era giovane, e si moriva quindi di malaria e di tisi ma non di crepamon­do galoppante. Ora qui si brucia la foresta e si pompa il petrolio, si bru­cia la foresta e si estrae l’u­ranio, si brucia la foresta e si piantano le banane, si brucia guardando foto aeree come le nostre in stanze piene di fu­mo dove grasse dita, visi pal­lidi e bocche insaziabili dico­no “qui, quo e, qua portere­mo il progresso da lì a là”. E tu, l’esploratore, ti senti uti­le come una crocerossina in ispezione a Mauthausen, mentre percorri i miti con­dannati, luoghi chiamati Lacandona, Marquès de Comillaz, Laguna de Miramar, ormai catturati nella ragnatela topografica di strade che van­no componendosi tra nomi di più moderno sognare, o rim­piangere. Libertàd, Carranza, Soledàd, Pancho Villa, Obregón, Revolución; tutti insieme ad assediare il corpo verdeggiante della selva, pe­nultima tappa di un viaggio al suo cuore inesplorato; i ne­ri abissi, i fiumi sotterranei, dove vive Pesce Cieco.
In due giorni di viaggio arri­viamo ai contorni della fore­sta, alla colonia Aguablanca, sulla riva del lago più lonta­na dalla diga di Malpaso, nel­l’ansa dove si immette il sel­vaggio rio Engagonado. Ab­biamo affittato una barca e «guida» e il suo fucile. Da ve­ri trogloditi ci accampiamo all’asciutto, in una grotta che penetra nella sponda roccio­sa del lago per un centinaio di metri, si dice che la stagio­ne delle grandi piogge sia fi­nita da un pezzo, comunque pare piova lo stesso un gior­no sì e l’altro pure. La caver­na ci protegge anche dalle gri­da diurne e notturne, volan­ti, striscianti e rampicanti del­la selva. Grida che spaventa­no, che si infilano sino al mondo dei sogni. Eppure sia­mo gli eroi della Pattuglia dei Paguri, il braccio-e-machete dell’evoluzionismo, quelli che sul casco portano scritto: «Evolversi o perire», il servi­zio d’ordine del darwinismo quando si manifesta contro la creazione invocando un’im­placabile e casuale selezione naturale. Siamo in nove: Baf­fo di Rame, dottor Oz, Hu­go Manzanilla, sommi natu­ralisti, loro già conoscono Malpaso e il Mercadito per averne esplorato anni fa alcu­ne grotte, raccogliendo esem­plari di specie animali scono­sciute, e noi sei invece igno­ranti: Lilliput, la Bestia, Bambàra, Cùcùlo, Pinzimo­nio e Ghiribizzo. Noi siamo speleologi che discendono dal­l’alpinismo, non dalla scim­mia arborea, come gli illumi­nati pensatori che ci guidano. A noi spaventano (da matti) le migali, grandi e piccine, gli inoffensivi granchiacci Amblipigius bruttissimus e i sim­patici vampiri, gli scorpioni, i serpentelli, i ragni di plasti­ca che Baffo di Rame ci met­te nel sacco a pelo, quando dormiamo, l’archibugio di José, legato col fil di ferro. La malaria, il giaguaro, l’oncocercosi, i crotali che cado­no nei pozzi e non sanno più come venirne fuori, l’ospeda­le più vicino che è sempre troppo lontano, ma mai lon­tano quanto la casa di mia mamma, conclude il nostro proclama, letto ad alta voce, quel mattino del 10 dicembre, partiti a risalire la traccia del misterioso fiume; unica via, stretta tra le verdi muraglie della selva, tra il lago e la spe­ranza di grotte lontane. Avanzare colà è il trionfo del­la bestia sull’uomo: guadia­mo correnti, attraversiamo a nuoto pozze profonde, ci inerpichiamo per orribili di­ghe di tronchi, arbusti e fan­go trascinati e ammucchiati dalle piene, arrampichiamo appesi alle liane per risalire brevi cascate. L’ultimo bran­dello d’umanità, la paura del serpente travestito d’appiglio, svanisce in un gorgo di scivo­lare, inciampare, cadere; ol­tre c’è solo più Yanez de Gomera che cerca, di fronte ad ogni nuovo ostacolo, l’enne­sima sigaretta massacrata nel taschino della camicia.
Dopo otto ore di combatti­mento, intossicati dal tabac­co (si fuma troppo nella giun­gla, ricorda troppi film), ve­diamo squarciarsi il vicino orizzonte di piante ed appa­rire una radura, una casa, sei mucche, tre tacchini, dieci bimbi la cui sorella maggio­re ci mostra orgogliosa libri e quaderni e quindi la como­da mulattiera che in un’ora ci riporta, sul far della sera, al nostro campo di Aguablanca. “Credevo fosse la guida…”, dice Cùcùlo al dottor Oz, in­dicando José, sempre lumi­noso di sorrisi dai denti alle pupille. “Sst… siamo pensa­tori sperimentalisti noi, mica credenti”. Cielo di piombo e pioggia, al­l’indomani; partiamo lo stes­so. “Tra un po’ smette”, profetizza guru Ghiribizzo, e José naturalmente ride, feli­ce. Quando sfiliamo davanti alla casa della bimba studio­sa, ufficialmente chiamata colonia «La Lucha», José raccatta finalmente un po’ di informazioni, e, dopo qual­che centinaio di metri, lascia­mo la mulattiera che prose­gue sino alla sperduta colonia «La Esperancia». Ricono­sciamo in un affluente di de­stra del rio principale il tor­rente tanto desiderato sulle foto aeree e dopo avere co­steggiato un ultimo campo di banane lasciamo ogni traccia della civiltà. Piove, le pietre sulle sponde del rio sono vi­scide come serpenti, scivolia­mo fuori e dentro l’acqua. Siamo già tutti bagnati fradici quando vediamo il torrente scaturire dalla terra alla base d’una scalinata di enormi macigni muschiosi. In quel caos di pietre non ci sono né por­te, né orifizi per il mondo sot­terraneo, bisognerà risalire la «scalinata» fra le due pareti della selva. Questa rappresen­ta evidentemente la traccia disseccata del fiume che ora scorre invisibile sottoterra, la nostra speranza è che il suo vecchio letto nasca da una grotta.
“Lo sapremo tra circa quat­tro ore”, rincuora Ghiribiz­zo dopo aver consultato la preziosa fotografia aerea sot­to la pioggia battente.
Ci guardiamo oltre le tese dei cappellacci grondanti piog­gia, non si parla più, si sputa e si scivola, ci si appende a tutto, si calpestano le mani dell’amico contratte sull’ap­piglio pur di guadagnare un altro metro di più; Hugo Manzanilla osserva, deliziato dai nostri costumi etologici. Ringraziamo José quando al ventesimo ruzzolone decide finalmente di togliere le car­tucce a pallettoni dal fucile. Si bagnano le ultime sigaret­te, ridono le scimmie e i ta­marindi, le foglie e i più di­sparati ricordi della vecchia Europa. Poi, ad un tratto, chi quel giorno prese il volo “AZ Unduetrè” tra Oaxaca e Tuxtla Gutierrez ci passò sopra la testa, sopra la foresta inesplo­rata, sopra la pioggia che si mescolava al sudore scenden­doci giù per il collo.
Allora scoppiamo a ridere, tutti come imbecilli, noi, la specie dominante del pianeta. Finisce la salita, il letto sec­co del rio scorre ora sul fon­do di un canyon ampio le cui pareti ci sovrastano di circa duecento metri, la valle è pie­na di scimmie e di pavoni ne­ri, la pioggia rallenta e si estingue mentre nel cielo l’az­zurro riesce a sforacchiare la tovaglia di piombo. Davanti a noi appare la parete che chiude la gola, ci sarà ai suoi piedi la grotta oppure il po­sto dove erigere una lapide a Baffo di Rame divorato dal­la sua corte dei miracoli? C’è la grotta.
Un immenso portale da infer­no divora il pavimento in for­te discesa, le rocce sono co­perte di fango secco e così an­che i rami più bassi degli al­beri, segno che durante le grandi piene il fiume sotter­raneo balza ancora fuori da questa porta. Ci buttiamo dentro alla Mucchio Selvag­gio, tutti insieme, ululando, rubandoci l’un l’altro pile, candele, carburo e cerini. Dalla bocca di pietra esce un gran vento e nel vento c’è un ruggito che non puoi confon­dere, è la voce del fiume sot­terraneo. Attorno a noi si è fatto buio, armeggiamo coi nostri mar­chingegni da speleo, José stringe sempre fucile e ma­chete, esplora la sabbia in cer­ca di orme, sorride al buio e ai mostri venuti dall’Europa. Non ci sono bivi e labirinti quaggiù. Ad affondare nella terra è una galleria enorme, le pareti intarsiate di vasche pietrificate; il pavimento è una spiaggia che va copren­dosi d’impronte dirette ver­so il rombo delle rapide sot­terranee.

Ci fermiamo appollaiati so­pra una ripida discesa di roc­ce e fango. Scopriamo di aver pensato bene di dimenticare il pesante sacco delle corde ad Aguablanca, ci malediciamo mentre fasci di fredda luce elettrica scoprono la bianca schiuma della corrente vorti­care cinque o sei metri a pic­co sotto di noi. Il fiume del­la notte giunge dall’ignoto di fronte e ci sparisce sotto tra le fessure degli enormi bloc­chi franati, sopra cui stiamo discutendo.
Fiumi sotterranei così grandi nessuno fra noi e pochissimi fra gli speleo d’Europa ne hanno mai esplorati, ma la domanda è classica: “Si toc­ca?”. “Ma! Prova tu”. Ghiribizzo trova una via per scendere tra i blocchi fango­si sino al pelo dell’acqua. “Ci saran mica… dei serpenti?”. “Sarà pieno, tra un gorgo e l’altro”, sibila Manzanilla, senza pietà.
Bambàra e Pinzimonio si staccano dal gruppo, salendo e scendendo tra i macigni sot­to cui sparisce il fiume, cer­cano di raggiungere la spon­da opposta.
Un urlo umano copre i rug­giti dell’acqua.
“Lààààà! Lààààààààà !!!!!”. “Che c’è?”.
Ma i due altro suono non sanno più articolare se non l’inquietante “Làlààààà”. Là è un foro di luce sospeso nel buio. Là è dove la galle­ria e il fiume provengono ma come fanno a venire dal mon­do esterno?
“Va a finire sotto il sotano”, grida la Bestia, “sot­to il gigantesco pozzo delle fotografie!”.
“Elementare Watson, ele­mentare”, sorride Baffo di Rame.
Allora scopriamo immediata­mente che si tocca, che la cor­rente non trascina via gli sventurati e l’acqua, né cal­da, né gelida, non arriva mai sopra la pancia.
Cùcùlo grida, ha visto un ser­pente nero e rosso che lo guarda male dalla riva, que­sto si lascia classificare come «inoffensivo» dai sommi zoologi e quindi fugge nel buio prima che José lo affet­ti a machetate.
Una spiaggia di pietre, un guado, un’altra spiaggia, il buco di luce si fa più grande, un altro guado ancora. “Aaarggh!”, urla Lilliput, “qualcosa mi ha toccato le cosce”. Qualcosa dal tocco vellutato e sinistro, come le ali dei serpenti. “Fatti furbo, bipede sedicente superiore”, sta rassicurandolo Baffo di Rame, quando la voce gli muore, gli cascano la mandi­bola e gli occhi in acqua e ci finirebbe dentro tutto se non apparisse dal cielo nero il fan­tasma di Linneo a sorregger­lo con le spesse pergamene del «Primo catalogo degli animali del mondo». Linneo, come il settimo cavalleggeri, compare soltanto nei mo­menti estremi della zoologia; la scoperta di nuove specie animali: Baffo di Rame ha vi­sto Pesce Cieco.

Noi scopriamo che si può pe­scare anche con un retino da farfalle. Pesce Cieco è bianco, lun­go una spanna, sembra un pesce gatto cui i baffoni sia­no cresciuti a dismisura, tra le branchie, la fronte è liscia, gli occhi sono sprofondati sotto strati di pelle e si sono trasformati in organi sensori di cui noi ancora ignoriamo la natura. I pesci nelle grotte dispongo­no di molto meno cibo di un ranchero texano e son so­pravvissuti quelli che hanno buttato via lo spreco di vedere un mondo d’acqua buia. Chissà, quando un giorno au­menterà ancora il prezzo del carburo, se seguiremo la via di Pesce Cieco per continua­re ad esplorare gli abissi? Ora, seduti sui sassi in riva al fiume, vediamo per la prima volta, con gli occhi della men­te, la grandiosità del reticolo sotterraneo sepolto sotto la foresta del Mercadito: dev’es­sere immenso per avere per­messo l’evoluzione di Pesce Cieco. La sua antichità ci sfugge, essendo il tempo an­cora meno familiare dello spazio all’immaginazione di quelle scimmie che un paio d’anni fa si sono alzate in pie­di, hanno acceso il fuoco e si sono fatte la barba sul petto le braccia e le gambe, per non bruciare del tutto. Riprendiamo a risalire verso il portale illuminato, appaio­no Granchio Cieco e Gambe­ro Cieco, e molti altri Pesce Cieco; non sono tutti uguali, alcuni hanno baffi più corti, pelle più scura, tracce di oc­chi atrofizzati, occhietti pic­coli piccoli secondo una sca­la perfetta di adattamento successivo alla vita nell’am­biente sotterraneo, dove, co­me in tutto il resto del mon­do, più uno ci sa fare e più trova di che mangiare e con chi fare all’amore.
Tanta visione biologica ralle­grava anche noi, l’umana ra­schiatura di un barile di san­ti e navigatori, mentre cam­minavamo piano, tra le cor­renti del fiume e le isolette di ciottoli, guardando la porta luminosa disegnarsi sempre più grande di fronte a noi. Oltre, la luce stava mutando, dal verde all’argento. Qualche centinaio di passi e una luna piena, immensa, si sporse oltre l’orlo del sotano bordato di giungla, bagnò di luce bianca le sue pareti stra­piombanti, sino al fondo, si­no ai nostri minuscoli, occhi scintillanti.

Spedizioni Malpaso

Nell’autunno 1981 il Circolo roma­no di speleologia e l’Istituto di zoo­logia dell’Università di Roma, sot­to l’alto patronato dell’Accademia dei Lincei, effettuarono una spedi­zione speleologica nelle grotte del­la foresta del Mercadito al confine degli stati messicani del Chiapas e dell’Oaxaca. La spedizione aveva compiti biologici ed esplorativi ed era la quarta d’una serie, giunta og­gi al numero cinque, che sta trasfor­mando l’inesplorato sottosuolo del­la giungla in uno dei più vasti com­plessi di grotte e fiumi sotterranei del mondo. Ispiratore e capospedi­zione di queste esplorazioni era ed è il professor Valerio Sbordoni. Co­me già nel 1971, nel ’75 e nel ’77, erano con lui il professor Roberto Argano e il dottor Vincenzo Vome- ro. Alla prima esperienza speleolo­gica tropicale scopriamo invece i professionisti degli abissi appenni­nici: Stefano Gambari, Claudio Norza, Maurizio Monteleone, Tul­lio Bernabei, nonché il sempre vo­stro speleo a narratore.

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